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Ridurre il debito pubblico senza altre tasse Ridurre il debito pubblico senza altre tasse
di Marco Verdecchia, ricercatore del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell'Università dell'Aquila Secondo quanto pubblica la Banca d’Italia nell’agosto del 2018, il nostro... Ridurre il debito pubblico senza altre tasse




 di Marco Verdecchia, ricercatore del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell'Università dell'Aquila 

Secondo quanto pubblica la Banca d’Italia nell’agosto del 2018, il nostro debito pubblico ammonta a 2323 miliardi di euro. Quando i mass media danno queste cifre, già di per sè molto lontane dai numeri con cui le famiglie hanno quotidianamente a che fare, le si accompagna con aggettivi alquanto angoscianti; il debito è solitamente definito “gigantesco”, “faraonico” o addirittura “insostenibile”.

Ebbene, se dividiamo la cifra di 2.323 miliardi per tutta la popolazione italiana, circa 60 milioni di cittadini, troviamo che il debito che ognuno di noi ha, ammonta a più di 38000 euro; se prendiamo in considerazione una famiglia “tipo” di 4 persone, questa si è indebitata, suo malgrado, di oltre 150.000 euro ovvero, valutando in 20.000 euro il reddito di un anno, poco meno di 8 anni di stipendio.

Vediamo innanzitutto di chiarire, a grandi linee, quali sono le voci principali del bilancio dello Stato e perché queste voci comportino l’aumento inesorabile del nostro debito pubblico. Nella tabella seguente riportiamo, per gli anni dal 2013 al 2016, i principali indicatori di finanza pubblica, secondo quanto facilmente reperibile dai siti web dell’ISTAT, del Ministero dell’Economia e della Banca d’Italia. I dati della tabella sono espressi in miliardi di lire.

Per quello di cui ci interessa qui discutere, gli anni riportati in tabella, non presentano sostanziali differenze e prendiamo in considerazione il 2016, l’anno, per certi versi “migliore”, in cui abbiamo pagato meno interessi per il debito, come vediamo in dettaglio tra un attimo. La prima riga della tabella riporta le entrate erariali, ovvero quanto lo stato ha complessivamente incassato durante tutto l’anno, per il 2016 la cifra è di 787 miliardi (abbiamo già usato questo numero nel capitolo precedente). La seconda riga riguarda le uscite ovvero le spese complessive sostenute e per quell’anno la cifra ammonta a 763 miliardi. La differenza tra questi due numeri è quello che gli economisti chiamano “Saldo primario” ovvero la differenza tra quanto lo stato ha incassato e quello che ha speso, in un linguaggio più popolare potremmo dire che si tratta di quanto abbiamo risparmiato; nel 2016 lo Stato ha ricevuto dai cittadini 787 miliardi, ne ha speso complessivamente “solo” 763, quindi ne abbiamo risparmiati 24 (terza riga della tabella), e fin qui staremmo tutti tranquilli si tratterebbe di una economia virtuosa che non si indebita, anzi risparmia! E dov’è allora il problema? Il problema sta nella “infausta” riga successiva che riporta 66 miliardi, questi sono i soldi che lo Stato (e quindi i cittadini) ha pagato per gli interessi del debito contratto nei decenni precedenti; dovrebbe essere chiaro, anche ai neofiti della materia, che l’equilibrio dei conti pubblici dipende proprio da quei due numeri 24 e 66, quanto risparmiamo a fronte di quanto dobbiamo pagare di interesse. La situazione sarebbe molto più rassicurante se quei due numeri si invertissero, in questo caso il nostro debito sarebbe diminuito, invece è aumentato. Il disavanzo complessivo è proprio quel 42 della penultima riga (66-24) che ha fatto aumentare il debito totale dai 2173 miliardi del 2015 ai 2219 miliardi del 2016. Prima di pensare a come poter invertire questa tendenza, calcoliamo qual’è l’interesse che abbiamo effettivamente pagato: avevamo 2173 miliardi di debito e gli investitori ci hanno chiesto 66 miliardi di interessi, ovvero circa il 3% (per la precisione il 3.037%), notiamo che questo tasso medio di interessi è stato poco meno del 3.2% nel 2014 e ben oltre il 3.5% nel 2013; questo è il motivo per cui abbiamo definito il 2016 il “migliore”, tra gli anni i cui dati sono riportati nella tabella; sottolineiamo, comunque, che quel “migliore” è messo tra virgolette.

Gli svantaggi di un debito così alto sono unanimemente ritenuti molto gravi da tutti gli economisti, si tratta di un vincolo che obbliga i governi, di qualunque orientamento politico, a comprimere o a rinunciare ad interventi ed investimenti che si ritengono importanti per la vita e lo sviluppo del paese. Ma chi presta i soldi allo Stato ci guadagna!

Potrebbe finanziare qualcun altro il debito? Sì. Lo stato potrebbe accettare dai contribuenti, un contributo a coperture del debito; in altre parole, lo Stato potrebbe dire: una parte delle tue tasse, circa il 10%, mi servono per pagare gli interessi, ma se sei tu, cittadino dello Stato, a finanziare il debito, quel 10% di tasse non è dovuto. Con un esempio in numeri: il contribuente potrebbe “prestare” per un anno 1000 euro dei suoi risparmi e in cambio avere uno sconto di 200 euro sulle tasse da pagare. In pratica si tratta di un prestito al 2% in cui l’investitore incassa immediatamente la cedola di interessi, non pagando una parte delle tasse che avrebbe dovuto. In compenso lo stato incassa temporaneamente una somma considerevole con cui copre il fabbisogno derivante dal debito pubblico.

Ipotizziamo, allora, che solo una piccola percentuale dei cittadini che ricevono la proposta dallo Stato accettino di fare un prestito in cambio di una riduzione delle tasse; diciamo che lo Stato si troverebbe ad “abbonare” 20 miliardi di euro; per mostrare che ciò realistico, diciamo che 20 miliardi di euro corrispondono, all’incirca, al 5% di quanto paghiamo come imposte dirette, ovvero principalmente con l’IRPEF (Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche); in altre parole la nostra ipotesi è che gli italiani, in media, accettino una riduzione del 5% delle loro imposte dirette. A fronte di questo sconto sulle tasse, lo stato acquisisce risorse pari a 50 volte questo sconto; i cittadini hanno risparmiato (e quindi incassato immediatamente un interesse, in anticipo) 20 miliardi, lo stato ha incassato un prestito di 1000 miliardi; questo prestito “coprirebbe” quasi la metà di tutto il debito pubblico, per la precisione il 46%. Su questi 1000 miliardi, lo stato ha pagato quindi il 2% di interessi, ma se non avesse attivato il meccanismo di cui qui parliamo avrebbe pagato almeno il 3%, quindi ha risparmiato un punto percentuale di interesse, ovvero (abbiamo per questo usato cifre tonde) 10 miliardi, praticamente una manovra finanziaria!

Il sistema è tecnicamente complicato da applicare? Non sembra una obiezione particolarmente azzeccata. Il contribuente potrebbe firmare, all’atto della dichiarazione dei redditi, una autorizzazione che consente al Ministero del Tesoro, o chi per esso, di prelevare una certa somma dal suo conto corrente; dopo un anno il Tesoro rimette i soldi sullo stesso conto corrente, salvo che il contribuente “confermi” il prestito ed ottenga un altro sconto di tasse per l’anno successivo.

per avere informazioni sul progetto potete scrivere marco.verdecchia@aquila.infn.it